Contro-Rivoluzione e dottrina sociale della Chiesa: René de la Tour du Pin (1834-1924)
Una recensione di La Tour du Pin en son temps di Antoine Murat (1908-2008)

di Massimo Introvigne
A lungo attesa, l’enciclica sociale è infine pubblicata. Le tesi del Papa sulla giustizia sono criticate da chi difende un rigoroso liberismo: rischiano – sostiene qualcuno – di frapporre ostacoli al normale, fluido dipanarsi del libero mercato. Si contesta il linguaggio di alcuni passaggi, diverso – si dice – dalla tradizione del Magistero della Chiesa. Si dichiarano utopiche alcune proposte. Si cerca di determinare chi ha ispirato l’enciclica, e uno degli specialisti consultati dal Papa è accusato di ostilità al capitalismo se non di vero e proprio socialismo. Potrebbe essere una cronaca delle reazioni di alcuni ambienti statunitensi (ma anche italiani) all’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, del 2009. Ma è anche la descrizione di alcune reazioni all’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1810-1903), del 1891, e degli attacchi contro il marchese René de la Tour du Pin de la Charce (1834-1924), da tempo riconosciuto dagli storici come uno dei principali ispiratori di quel testo pontificio, cui è dedicato il libro dell’avvocato e storico francese Antoine Murat (1908-2008) La Tour du Pin en son temps (Via Romana, Versailles 2008).

Antoine Murat nasce a Guéret, nella regione francese del Limousin, il 13 settembre 1908. Di famiglia cattolica e monarchica, dopo gli studi di legge diventa avvocato nel 1931. Lavora nello studio di Marie de Roux (1878-1943), nom de plume – usato anche nella vita professionale – del marchese Louis-Amédée-Joseph-Marie de Roux, celebre avvocato e attivista monarchico, legale di Charles Maurras (1868-1952) e del movimento politico monarchico da quest’ultimo fondato, l’Action Française. Murat milita anch’egli nell’Action Française, e unisce alla carriera di avvocato lo studio appassionato della dottrina sociale della Chiesa e della storia della scuola cattolico-sociale in Francia. Durante la Seconda guerra mondiale, il direttore dell’Istituto di studi corporativi e sociali istituito dal governo di Vichy, il giurista e storico Maurice Bouvier-Ajam (1914-1984) – che peraltro, dopo la guerra, diventerà un militante del Partito Comunista Francese – lo chiama all’Istituto come titolare di una cattedra di storia del cattolicesimo sociale intitolata all’uomo politico cattolico francese conte Albert de Mun (1841-1914). Terminata l’esperienza di Vichy – dove aveva lavorato pure come addetto giuridico del Ministero dell’Artigianato – Murat torna alla professione legale, segnalandosi come avvocato in parecchi processi penali famosi. Prosegue pure i suoi studi sul cattolicesimo sociale, di cui è testimonianza in particolare il volume del 1980 Le Catholicisme social en France. Justice et charité (Ulysse, Bordeaux 1980).  All’età di novantanove anni, nel 2008, corona un interesse durato per tutta la sua vita attiva per il pensiero e l’opera di René de la Tour du Pin con il volume La Tour du Pin en son temps. Riesce a vedere l’opera pubblicata, e a presentarla a Bordeaux a un pubblico che rimane colpito dal vigore intellettuale e dalla prontezza di spirito di un autore quasi centenario. Muore a Bordeaux il 25 luglio 2008.

La Tour du Pin en son temps non è una biografia di La Tour du Pin (la più completa, peraltro non esente da critiche, è stata pubblicata nel 1934 dalla segretaria degli ultimi anni, Elisabeth Bossan de Garagnol: Le colonel de La Tour du Pin d’après lui-même, Beauchesne, Parigi 1934). Si tratta piuttosto di una biografia intellettuale, di non piccola mole (386 pagine), intesa a collocare le principali idee di La Tour du Pin nel contesto della storia sia politica sia religiosa della Francia del suo tempo, come sottolineano le due prefazioni del professor René Pillorget (pp. 7-8) e di don Christian Thouvenot (pp. 9-13). In questa recensione seguirò, per comodità del lettore, un’esposizione cronologica mentre il libro procede per nodi tematici. L’opera di Murat si apre peraltro con un richiamo alla «tradizione familiare» (p. 17) di La Tour du Pin, discendente di un’illustre famiglia del Delfinato con una tradizione militare ed ecclesiastica che risale all’epoca delle Crociate. Un antenato vescovo di Clermont, Hugues de La Tour du Pin, 1227-1249, partecipa alla Settima Crociata e vi trova la morte; un altro – Jean-Frédéric de La Tour du Pin (1727-1794) –, generale, è ministro della Guerra quando scoppia la Rivoluzione francese. Unanimemente stimato, è ghigliottinato in seguito alla coraggiosa decisione di presentarsi a testimoniare in favore della regina Maria Antonietta (1755-1793) in occasione del suo processo.

René de la Tour du Pin nasce il 1° aprile 1834 ad Arrancy, in Piccardia. Nel 1852 entra all’Accademia Militare di Saint-Cyr e si avvia alla carriera delle armi. Combatte in Crimea, in Italia (dove partecipa fra l’altro, alla battaglia di Solferino nella Seconda guerra d’indipendenza italiana, nel 1859), in Algeria (dove la sua curiosità intellettuale lo porta a studiare l’arabo per leggere il Corano nella lingua originale: cfr. p. 338), e nella guerra franco-prussiana del 1870-71, dove peraltro entra in dissenso con il suo superiore, il generale Charles Denis Bourbaki (1816-1897), un episodio all’origine di polemiche che ritornano spesso nei suoi scritti. È fatto prigioniero dai prussiani e stringe amicizia con un altro ufficiale compagno di prigionia, il conte Albert de Mun: entrambi sono cattolici, appassionati lettori del Magistero della Chiesa e del sociologo Frédéric Le Play (1806-1882), che è alle origini della rinascita del corporativismo e della scuola cattolico-sociale in Francia. La Tour du Pin e Mun, profittando della prigiona, scoprono anche i cattolici sociali tedeschi come monsignor Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877), vescovo di Magonza. Liberato, nel 1871 è a Parigi, aiutante di campo del governatore militare della città durante la repressione della Comune. Turbato tanto dai crimini degli insorti quanto dalla durezza della repressione, fonda con Mun l’Opera dei Circoli Cattolici degli Operai, convinto che al socialismo si debba rispondere anzitutto studiando, quindi operando per l’effettivo miglioramento della condizione degli operai ridotti alla miseria dalle conseguenze della Rivoluzione francese e della rivoluzione industriale.

L’opera di Murat mostra le convergenze così come le divergenze fra Mun e La Tour du Pin. Amici per tutta la vita, i due sono diversi per temperamento. Mun è un carattere brillante, anima delle feste e idolatrato dalle donne. La Tour du Pin è riflessivo e taciturno, e porta con sé un segreto: l’amore fedele ed esclusivo per una cugina, che gli preferisce un altro cugino – che sposa e da cui ha due figli – ma che, rimasta vedova, lo sposerà finalmente in seconde nozze nel 1892.  La Tour du Pin è principalmente uomo di studio, pur avendo nello stesso tempo la concretezza del militare, mentre Mun, anch’egli di formazione militare, si considera anzitutto un politico, è a suo agio nella vita dei partiti e avrà a partire dal 1876 una lunghissima carriera parlamentare, per cui il suo amico non ha invece alcuna inclinazione. Entrambi sono rigorosi sostenitori del Magistero pontificio e si richiamano alla scuola cattolica contro-rivoluzionaria che ha i suoi iniziatori in Joseph de Maistre (1753-1821) e in Louis de Bonald (1754-1840), di cui era attento lettore anche Le Play. Tuttavia, secondo la ricostruzione di Murat, anche prima della rottura politica del 1892 nella scuola contro-rivoluzionaria Mun cerca principalmente una dottrina della società e delle sue relazioni con la Chiesa, trascurando il forte orientamento legittimista e monarchico che è invece per inclinazione personale e familiare sempre presente a La Tour du Pin. Fino al 1892 anche Mun si dichiara monarchico: ma gli manca – o così pensa Murat – l’entusiasmo del suo amico per la monarchia.

Nel 1877 La Tour du Pin è nominato addetto militare presso l’ambasciata francese di Vienna. Oltre a studiare l’esercito e la monarchia austro-ungarica, ne trae occasione per stringere rapporti con i cattolici sociali austriaci guidati dal barone Karl von Vogelsang (1818-1890). La Tour du Pin ha lealmente informato il suo governo, che non gli ha posto obiezioni, della sua intenzione di profittare dell’incarico diplomatico per frequentare Enrico V, conte di Chambord (1820-1883) che si trova in esilio in Austria, a Frohsdorf e con cui è da anni in corrispondenza. La pubblicazione a cura di Philippe Delorme degli importanti Cahiers inédits del conte di Chambord (F. X. De Guibert. Parigi 2009) è sopravvenuta dopo la morte di Murat, ma conferma la sua tesi di uno strettissimo legame e di una comunanza d’idee cattoliche e contro-rivoluzionarie fra La Tour du Pin e il principe. Questi s’interessava pure alla questione sociale, e nel 1865 aveva indirizzato una Lettera agli operai assai vicina alle preoccupazioni di La Tour du Pin.

Nel 1881, in un momento di grave crisi politica in Francia, l’ambiente monarchico ritiene possibile un colpo di Stato a favore di Enrico V. La Tour du Pin si dichiara disponibile a parlarne al ministro della Guerra, il generale Jean-Baptiste Billot (1828-1907), vecchio amico e commilitone che ha qualche simpatia per la monarchia. Il generale rifiuta amichevolmente, ma congeda La Tour du Pin affermando: «Ora comprende che un ufficiale che è venuto a portare una proposta del genere al ministro della Guerra può fare una cosa sola: passare dagli uffici amministrativi e domandare il pensionamento anticipato» (p. 363). «Già fatto» (ibid.), risponde La Tour du Pin, che vede nell’episodio un appello della Provvidenza perché si consacri interamente, libero dai doveri militari, alla causa cattolica e monarchica (sarà anche sindaco, per molti anni, della nativa Arrancy, segnalandosi in particolare nella Prima guerra mondiale per l’eroica e rischiosa difesa della popolazione durante l’occupazione tedesca).

Gli anni 1880 sono fecondissimi di studio e di pubblicazioni sui temi sociali ed economici, quasi tutte raccolte in Vers un Ordre social chrétien – Jalons de route (1882-1907) (Nouvelle Librairie Nationale, Parigi 1907) cui si affiancano gli Aphorismes (Nouvelle Librairie Nationale, Parigi 1909). Murat, che riassume in modo articolato il pensiero di La Tour du Pin, fa notare particolarmente due aspetti. Il primo è che la moderna scienza sociologica – la cui nascita si fa comunemente risalire al positivista Auguste Comte (1798-1857) – ha anche una radice cattolico-sociale, precisamente lungo la linea che va da Le Play a La Tour du Pin, che in questi anni diventa conoscitore enciclopedico della sociologia del suo tempo, non solo francese, cui dà un importante contributo, così che il titolo di sociologo gli spetta di fatto e di diritto. Il secondo è che per La Tour du Pin – e sta qui appunto un’altra differenza di tono e di stile rispetto a Mun – la questione sociale non può essere disgiunta dalla questione politica e dal giudizio sulla storia.

I guasti della rivoluzione industriale derivano dalla Rivoluzione francese che, sopprimendo i corpi intermedi, ha lasciato gli operai (e i lavoratori agricoli) in balia di una borghesia rivoluzionaria che spesso dell’economia non capisce più la funzione necessariamente sociale, né considera il lavoratore anzitutto una persona. Certo, alcune soluzioni pratiche cui La Tour du Pin ha dedicato molti dei suoi scritti – il salario minimo, il salario familiare, la disciplina dell’orario di lavoro e del lavoro dei minori e delle donne, l’organizzazione corporativa dei lavoratori – possono talora sembrare superficialmente simili a proposte che vengono dal versante socialista. Ma – anzitutto – La Tour du Pin denuncia incessantemente il socialismo come un autentico flagello. In secondo luogo, perché carità e giustizia si coniughino incessantemente, perché Stato e privati collaborino anziché lottare tra loro è necessario un ritorno a un ordine politico organico che preveda, eventualmente accanto a un’assemblea eletta a suffragio universale (che La Tour du Pin non vede con entusiasmo, ma che negli anni finisce per considerare ormai parte di un panorama istituzionale consolidato) una o più camere che rappresentino le regioni, il lavoro e le professioni. E perché questa riorganizzazione della vita politica sulla base delle autonomie locali, di professione e di mestiere unisca anziché dividere la nazione occorre al vertice dello Stato un’autorità forte e unanimemente riconosciuta. Le soluzioni inglesi, svizzere e statunitensi spesso lodate all’epoca vanno bene per questi Paesi ma non hanno tradizione in Francia. Solo la monarchia guidata dalla dinastia che ha fatto la Francia, pensa La Tour du Pin, può garantire le più vaste autonomie in basso senza che ne soffra l’esigenza di un’autorità salda e sicura, sostenuta da un consenso altrettanto solido, in alto.

È negli anni 1890 che i nodi del pensiero e dell’azione di La Tour du Pin vengono, per così dire, al pettine. Nel decennio precedente il sociologo francese ha ricevuto i ripetuti elogi di Papa Leone XIII, che lo ha accolto a Roma nel 1885. Su impulso personale di Leone XIII gli studiosi cattolici di tutta Europa della questione sociale hanno costituito nel 1884 l’Unione di Friburgo, presieduta dal vescovo di Losanna e Friburgo (dal 1890 cardinale) Gaspard Mermillod (1824-1892) ma il cui vero motore è La Tour du Pin, che assume il titolo di segretario (anche Mun fa parte del consiglio direttivo). I documenti predisposti dall’Unione di Friburgo nei suoi sette anni di lavoro, dal 1884 al 1891, in parte significativa redatti da La Tour du Pin, hanno un’influenza cruciale e talora sono letteralmente ripresi nell’enciclica di Leone XIII Rerum novarum, pubblicata nel 1891. Di qui anche – come si è accennato – le critiche a La Tour du Pin da parte di quei cattolici liberali convinti che l’enciclica crei per il padronato obbligazioni eccessive nei confronti degli operai, pericolosamente vicine alle proposte socialiste. A distanza di oltre cento anni si può sorridere di queste critiche, ma all’epoca esse seminano la divisione nell’Opera dei Circoli Cattolici degli Operai dove lo stesso Mun presta fede all’«accusa di socialismo» (p. 159) contro La Tour du Pin.

La rottura non ha però a che fare con l’enciclica Rerum novarum – fedelissimo al Magistero, Mun non può che accettarne i termini, una volta che il Papa l’ha firmata –, ma con il successivo ralliement («adesione») voluto da Leone XIII e consacrato dall’enciclica Au milieu des sollicitudes del 1892. Con il ralliement il Papa invita il movimento cattolico francese, in maggioranza monarchico, ad accettare il sistema repubblicano in quanto tale, pur continuando a condannarne le manifestazioni anti-religiose e anti-clericali. Leone XIII pensa così di porre fine all’emarginazione del movimento cattolico dal centro della vita politica francese. Ne segue però una gravissima crisi all’interno del mondo cattolico, che travolge anche l’Opera dei Circoli Cattolici degli Operai. Mun, monarchico per famiglia ma che non aveva messo la monarchia al centro del suo pensiero politico-sociale, accetta il ralliement; La Tour du Pin rifiuta, né pensa che sia obbligatorio per un cattolico seguire quello che il Papa stesso presenta come un semplice consiglio. L’evoluzione di molti cattolici rallié – che passeranno dall’accettazione del sistema repubblicano a quella dei principi ispiratori della Rivoluzione francese, determinando così la condanna nel 1910 da parte di Papa San Pio X (1835-1914) del movimento Sillon fondato da Marc Sangnier (1873-1950) – è prevista da La Tour du Pin e sembrerà dargli ragione.

La difesa della monarchia e la lealtà al re non è però, in La Tour du Pin, apologia acritica della Francia così come si presentava nel 1789. Lo dimostra la complessa vicenda delle contro-celebrazioni cattoliche del centenario della Rivoluzione francese, nel 1889, dove La Tour du Pin si batte – tra l’incomprensione di ambienti ecclesiastici e cattolici di solito a lui vicini – perché non solo si ricordino, in negativo, gli errori e gli orrori rivoluzionari ma si commemori anche, in positivo, una prima fase in cui la Francia profonda aveva criticato l’assolutismo ponendo domande legittime cui la Rivoluzione non aveva poi dato risposte e segnalando problemi che la Repubblica non avrebbe risolto ma aggravato. La Tour du Pin si riferisce, più che agli Stati Generali, agli Stati Provinciali del 1788 di cui – per quanto riguarda la terra d’origine dei suoi antenati, il Delfinato – fa celebrare il centenario nel 1888, ricordando gli Stati di Romans del secolo precedente.

La crisi del 1892 ne precede però altre, che continuano a dividere i cattolici francesi con conseguenze operanti e visibili ancora oggi. Con la contestazione come un errore giudiziario a sfondo antisemita della condanna per spionaggio, del 1894, del capitano ebreo Alfred Dreyfus (1859-1935) inizia il caso Dreyfus, che scuote profondamente la Francia per oltre un decennio. A prescindere dalla questione che riguarda Dreyfus il movimento dreyfusard trae occasione dalla revisione del processo per mettere sotto accusa la vecchia Francia cattolica, monarchica e tradizionale che sarebbe stata responsabile dell’errore giudiziario in quanto ancora influente all’interno dell’esercito, che deve essere epurato e reso omogeneo ai principi repubblicani della Rivoluzione francese.

La Tour du Pin – che si occupa ben poco del processo in sé – prende posizione contro i dreyfusard e attacca la grande finanza ebraica che accusa di voler trarre profitto dal caso per mantenere un’egemonia non solo sull’economia ma anche sulla politica, dove combatte ogni rivendicazione di diritti dei lavoratori, degli agricoltori e dei piccoli proprietari ispirata ai principi della Rerum novarum. Non c’è dubbio che alcune frasi di La Tour du Pin, riportate da Murat (pp. 97-111) e lette oggi, possano facilmente prestare il fianco ad accuse di antisemitismo. È anche vero che esse sono ampiamente condivise nel mondo cattolico all’epoca del caso Dreyfus, e che a un’analisi insufficiente delle molteplici sfaccettature del mondo ebraico si accompagna un atteggiamento lontano da qualunque discriminazione razzista. Se attacca una certa finanza ebraica, La Tour du Pin – a costo di contrariare qualche vescovo – si batte per aprire le associazioni professionali e operaie promosse da cattolici agli ebrei e ai protestanti, e come militare si era rivelato pronto a riconoscere i meriti di sottoposti di religione ebraica. La critica della finanza ebraica è anche occasione di un duro attacco all’usura, che sembra talora mettere in dubbio la liceità del prestito di denaro a interesse e dell’intermediazione bancaria in genere: una strada rigida, che La Tour du Pin attenuerà in altri scritti e su cui il Magistero sociale della Chiesa non lo ha seguito, pur accettando il principio secondo cui uno stile «usurario» nell’attività delle banche non è accettabile.

Senza il caso Dreyfus è difficile capire anche il successo dell’Action Française di Charles Maurras, caso singolare di movimento monarchico fondato da persone in gran parte originariamente repubblicane – lo stesso Maurras si convertirà solo gradualmente alla monarchia – e di movimento composto in grandissima parte da cattolici ma guidato da un non credente come Maurras. Quest’ultimo si reca più volte a chiedere consiglio a La Tour du Pin, che nel 1899 aderisce formalmente all’Action Française (p. 304). Murat, egli stesso per molti anni dirigente dell’Action Française, dà forse troppo risalto alla partecipazione di La Tour du Pin al movimento. In verità La Tour du Pin, come Murat riconosce, per l’Action Française si limita a scrivere qualche articolo: anche se è vero che, quando Mun attacca Maurras, il sociologo prende carta e penna e rende pubblica una dichiarazione in cui spiega che il suo silenzio non implica alcuna condivisione degli attacchi (p. 317). Manca però nel lavoro di Murat una parola sulle divergenze – riportate da quasi tutti gli altri studi sul sociologo francese – tra La Tour du Pin e gli ambienti dell’Action Française in merito all’uso in questi ultimi delle opere del sindacalista rivoluzionario Georges Sorel (1847-1922), che un cattolico contro-rivoluzionario non poteva che disapprovare. A chi gli chiedeva se La Tour du Pin fosse dell’Action Française, Maurras risponeva: «Non è La Tour du Pin che è dell’Action Française, è l’Action Française che è di La Tour du Pin» (p. 319) – risposta onorevole e cavalleresca, ma che non risolve tutti i problemi.

Così come Murat sottolinea la partecipazione sua e di altri lettori entusiasti di La Tour du Pin – dopo la morte del maestro – alle attività del governo di Vichy, e vede un influsso del sociologo nella legislazione sociale del maresciallo Philippe Pétain (1856-1951): ma omette di segnalare che altri discepoli di La Tour du Pin nella Seconda guerra mondiale compiono scelte diverse. Lo stesso generale Charles de Gaulle (1890-1970) si dichiarava ancora negli ultimi anni della vita lettore sistematico dell’allora pressoché dimenticato La Tour du Pin.

È sempre difficile prevedere come un pensatore avrebbe reagito a vicende successive alla sua morte. A La Tour du Pin, che visse con dolore la crisi del ralliement del 1892, fu risparmiata – morì infatti nel 1924 – la seconda grande spaccatura nel movimento cattolico francese, conseguente alla decisione di Papa Pio XI (1857-1939) di rendere pubblica nel 1926 la condanna dell’Action Française che il Sant’Uffizio aveva pronunciato nel 1914 con un decreto che San Pio X aveva confermato ma che aveva ordinato di non pubblicare per ragioni di opportunità. La pubblicazione della condanna dell’Action Française è un episodio estremamente complesso, che non appartiene per ragioni cronologiche alla vicenda di La Tour du Pin. Certamente, dopo il ralliement del 1892, crea una nuova profonda crisi tra i cattolici francesi, senza la quale è difficile capire anche molti avvenimenti più recenti nella Chiesa di Francia. Ma chiedersi come avrebbe reagito La Tour du Pin è ozioso. La sua interazione con l’Action Française è piuttosto periferica. Il ruolo storico di La Tour du Pin sta nell’avere saputo riprendere la fiaccola della Contro-Rivoluzione nella seconda metà del XIX secolo, legando indissolubilmente la causa contro-rivoluzionaria a quella della soluzione della questione sociale secondo i principi della dottrina sociale della Chiesa, caritas in veritate in re sociali – per dirla con Benedetto XVI – alla cui elaborazione il sociologo francese ha dato pure un decisivo contributo.



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